Le clarisse e “l’impiego” irraggiungibile

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Ricevo e pubblico un intervento di Giancarlo Massimi, già consigliere comunale ed assessore a Sezze, più volte sindaco di Civitella Alfedena e attualmente consigliere comunale di Sabaudia. Uno che si è confrontato col mondo e le sue contraddizioni. Il confronto è un interessante ragionamento sul riuso del monastero delle Clarisse. Con Giancarlo condivido, la vita che cominciammo insieme e la nostalgia per una terra che sentiamo nostra ma forse è già un’altra terra.

 

Di Giancarlo Massimi

A proposito delle destinazioni del Monastero delle Clarisse in parte a Centro per l’Impiego.
Il Monastero delle Clarisse di Sezze e la ex Scuola di Molella saranno destinati (il Monastero credo in parte) a Centri per l’Impiego della Regione Lazio. Saranno restaurati (lo stabile di Molella che dovrebbe ricomprendere Sabaudia e San Felice) con fondi della Regione e destinati per diversi anni allo svolgimento di questa attività. Quello di Sezze in parte e a disposizione della Regione per 30 anni. Ho espresso dubbi e perplessità sulla ex scuola di Molella per diverse ragioni. La prima è che un ufficio pubblico deve poter essere facilmente raggiungibile da un servizio urbano e da quello extraurbano. Deve essere facilmente accessibile e localizzato, preferibilmente, nel centro abitato. La ex scuola di Molella non risponde a questa logica. Immaginate una giornata invernale, con la pioggia come potrebbe essere difficoltoso per una persona senza mezzo di trasporto recarsi all’ufficio. E’ un edificio scolastico in una frazione rurale dove, invece, andrebbero potenziati servizi ai cittadini residenti. Se il recupero avesse dovuto essere fatto avrebbe dovuto essere finalizzato alla realizzazione di una struttura per il quartiere (come avviene a Bella Farnia o a Sacramento), con all’interno una sala giochi per i bambini o una biblioteca con degli uffici staccati, per esempio, dei servizi sociali. Insomma, con la realizzazione di un polo ricreativo-culturale a servizio di quella comunità e con attività alla stessa specificatamente destinati. Sicuramente per i cittadini di Sabaudia non è possibile recarsi a Sezze, sia allo Scalo che in centro, non essendoci un servizio di trasporto pubblico diretto (chi ha pensato di mettere insieme per questo Sabaudia e Sezze forse quel giorno era preso da altri pensieri) ma questa è la risposta meno adatta. Il Comune, se voleva favorire i cittadini, avrebbe potuto destinare alcune strutture, per esempio quelle in centro confiscate alla criminalità organizzata, per svolgere questa funzione invece di restare senza destinazione,
Un discorso analogo vale per il Monastero delle Clarisse di Sezze. Che ci sia la necessità di un recupero della struttura e della sua destinazione ad un uso pubblico è senza dubbio. Cosa farci? L’interrogativo è d’obbligo. Intanto una premessa. L’attuale compagine che governa la città si caratterizza per essere una lista civica, anche se poi diversi esponenti sono rappresentativi di partiti tradizionali. La caratteristica principale del civismo, per cui dovrebbe distinguersi dai partiti, è quella di attivare localmente forme di partecipazione attive alla vita comunitaria per la valorizzazione, promozione e tutela del bene comune. Civici non vuol dire essere contro i partiti ma mettere al centro il bene comune e, per far questo, utilizzare tutti gli strumenti che le norme mettono a disposizione dei cittadini per rendere effettiva la loro partecipazione. Il Monastero delle Clarisse è un pezzo della storia del paese. Da bambini andavamo a portare gli ossi della frutta, metterli nella ruota degli esposti dove si poggiavano i neonati abbandonati e ricevere in cambio le ostie. Si aspettava il Giovedì Santo per andare a visitare il Sepolcro nella chiesetta e sbirciare dietro la grata.
Lo dico subito. Non è certo un luogo dove fare un centro per l’impiego. Scarsamente accessibile, in particolare per le persone con disabilità, lontano dalla fermata degli autobus di linea e senza parcheggi pubblici nelle vicinanze, se non una piccola area sotto la ex chiesa di San Rocco che andrebbe liberata dalle autovetture. Va recuperata ad una funzione pubblica diversa. Didattica collegata con l’università; culturale legata con le scuole esistenti a cominciare dal liceo turistico e con la valorizzazione dell’enogastronomia locale, come ha proposto Lelio Ciampini, oppure altre ipotesi sempre in questa direzione.
Se si è civici lo si deve essere fino in fondo, soprattutto su un tema delicato che riguarda il patrimonio pubblico e il bene della comunità. Si faccia ciò che farebbe una amministrazione civica in questa situazione. Tavoli di confronto, discussioni fino ad arrivare a decisioni che, seppure non siano condivise, siano il risultato del dibattito. Alla fine una decisione va presa ed il consiglio comunale se ne assume la responsabilità ma, se vuole essere coerente con i suoi principi, deve utilizzare tutti quegli strumenti di democrazia partecipativa sicuramente previsti dallo Statuto comunale e, con molta probabilità ma non per colpa di chi oggi amministra, mai regolamentati. E’ questo quello che fa la differenza tra un movimento civico e un partito. Anzi sempre più i partiti tendono nel loro percorso a mettere in campo questi strumenti. Questo vale per Sezze come per Sabaudia. La politica non è quella del sovrano che decide sullo Stato di eccezione direbbe Carl Schmitt, al contrario è pensare la comunità come organismo dove il confronto, lo scontro, il polemos non è contrapposizione ma mediazione, ricerca del bene comune. Se così non è perché chiamarsi liste civiche: è solo una fattispecie secondaria di un partito politico ovvero, come dice la parola, rappresentativo di una parte che è, non dimentichiamolo mai, una maggioranza elettorale (non di tutti i cittadini) ma che è chiamata a rappresentare tutti.

Ps. Mi permetto di scrivere senza polemica su Sezze perché pur vivendo dal 1991 in un altro luogo mi sento, proprio adesso che invecchio, sempre più legato alle mie radici (parafrasando Franceso Guccini).

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