“Primavera non bussa, lei entra sicura”
L’arrivo della Primavera sancisce l’inizio dei mesi più luminosi dell’anno, della rinascita dopo il letargo invernale. La natura si risveglia, l’aria si addolcisce e le chiome degli alberi si infoltiscono.
La terra che ritrova la sua fertilità e la luce che prevale sull’oscurità, rievocavano il concetto atavico del trionfo della vita sulla morte, un momento quasi magico da cui sono scaturiti miti e rituali che risalgono alla notte dei tempi.
Per chi vive a Sezze, l’arrivo imminente della Primavera è annunciato dai mandorli in fiore lungo
“le Coste”, una cornice straordinaria alla campagna sottostante, un’immagine che trasmette vita e speranza.
Ha un grande potere il mandorlo in fiore, al quale non si poté sottrarre neppure Van Gogh, che abbandonò per un momento le sue vorticose ed energiche pennellate, per dipingerlo nel 1890.
Un tempo l’agricoltura rappresentava l’occupazione principale della nostra gente. Il lavoro nei campi a garantiva il sostentamento per l’intera famiglia e la possibilità di studiare ai figli che avrebbero dato lustro alla famiglia stessa ed alla comunità intera.
Certo le condizioni di lavoro erano durissime e il duro lavoro non era sufficiente a garantire il risultato perché un periodo di siccità o di pioggia eccessiva o ancora una grandinata avrebbero potuto rovinare il raccolto e distruggere un anno di fatiche.
Il rapporto dei contadini con la natura non era dunque facile, visto che la loro esistenza dipendeva dai fenomeni naturali. Tuttavia era un rapporto fatto di rispetto, di amore e di timore insieme e la “stagione della rinascita” rappresentava un appuntamento speciale.
I nostri nonni e i loro nonni prima di loro (…e ancora prima, lontanissimo nel tempo) erano soliti accendere grandi fuochi il giorno di San Giuseppe, con i rami tagliati dalla potatura. Si trattava di una sorta di fuochi propiziatori, per scongiurare la malasorte delle condizioni atmosferiche e chiedere messi abbondanti, nel giorno dedicato al Santo simbolo della paternità.
In una sorta di gara a rincorrere il “fuoco” più grande tra i vari rioni, non c’era vicolo o piazzetta di Sezze che non si animasse del vociare dei bambini impegnati nella raccolta della legna da ardere, affinché quei campi, ingrassati, arati e lavorati in vista della semina, potessero splendere rigogliosi, aiutando con il fuoco la speranza nel “Dio vede e provvede”.
Dopo il tempo dei nonni, per anni ci siamo barcamenati tra il tentativo di mantenere vive le nostre tradizioni e quello di metterci un vestito nuovo, accendendo fuochi, facendo sagre e al contempo convertendo zone da agricole ad industriali con l’incerto risultato di non essere “né carne né pesce”.
Gli anni sono passati, le fabbriche non sono arrivate mentre le campagne hanno resistito con la forza e la determinazione tipica della dignità contadina.
Abbiamo forse pensato che il passato fosse solo folklore, da esibire magari in sparute occasioni e che il futuro potesse essere altro. Se l’identità di un individuo è il risultato dell’insieme delle caratteristiche che lo rendono unico e inconfondibile, per un popolo, per un Paese, non è molto diverso.
Questo non vuol dire che non possiamo metterci un vestito nuovo, solo non dobbiamo dimenticarci di chi siamo, delle nostre radici e delle caratteristiche che ci rendono unici e fare di tutto questo il punto di partenza e la forza per realizzare il vestito nuovo più bello e brillante.
Sarà che amo Sezze ma io la vedo bella e credo davvero che possa splendere e a San Giuseppe ho acceso una candela, con la speranza che la Primavera porti vita (e idee) e faccia da preludio a messi abbondanti magari grazie proprio a quei figli che hanno studiato ed ora possono dare il loro contributo alla crescita della nostra comunità, con la memoria a quel duro lavoro che tutto ha permesso.
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Manuela Fantauzzi
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