Il tempo dell’ottone
Ci interroghiamo tutti i giorni su quello che sarà il nostro futuro, la pandemia ha amplificato questo quesito. In un mondo fatto di precarietà il nostro paese ha voluto superare di gran lunga la media. La storia degli ultimi anni ha abbattuto certezze e fiducia, ci ha reso fragili e precari, ma forse proprio nel solco di quella ferita, nel “compost” che si è generato, ha iniziato a germogliare un ‘attenzione ed un interesse, da parte di tutti i cittadini, per il nostro territorio che forse ha avuto simili solo nella ricostruzione del dopoguerra.
Il paese ha chiesto ed ottenuto un cambiamento, ha deciso di dar fiducia e scommettere in qualcosa che le parole avevano reso un’ipotesi rivoluzionaria. C’era un gran “bisogno” ed ai bisogni non c’è legge razionale che tenga. Il bisogno crea demoni e santi, ci rende ciechi e visionari.
Quel cambiamento nel giro di poche settimane si è rivelato di altra fattura da quello atteso e quel “bisogno” è rimasto imbrigliato tra i demoni. Il cambiamento si è trasformato in una corsa che non cerca interlocutori, che non costruisce dalle idee, ma rincorre arrembaggi che non vogliono ciurma, né brigata. Le strategie comunicative, motore di questo ipotetico cambiamento, sono da sempre gioia e disgrazia della nostra era, siamo la generazione dei social, costantemente connessi. Nell’era dell’ottone, cosi mi piace chiamarla perché è simile all’oro, ma non lo è, pesa quanto il piombo, ma non lo è, questo tipo di comunicazione può creare la distanza o la vicinanza giusta per far brillare ogni cosa al di là di ciò che è.
Per chi della mia generazione ha vissuto gli anni di piombo sa cosa significa vivere sempre con l’attesa di un evento spiacevole, con il terrore che quella banale normalità possa trasformarsi in un momento di gloria da cronaca nera. Gli anni, quelli che storia ha definito di piombo, sono stati quelli dell’estremizzazione della politica che generò violenze di piazza, lotta armata ed un tempo di ronde e controlli, un tempo d’assedio ad inquinare lo scorrere della vita. quel tempo creò però anche uno stallo politico importante, un’anomala stabilità.
Ecco questa è la nostra era dell’ottone, pesante tra ronde, furti, cimiteri violati, strade devastate, incendi dolosi, tasse, pandemie e guerra.
Allucinata dalla luce di ricchezze paventate ad odore di immondizia, il petrolio dell’era contemporanea.
Se la nostra ricchezza naturale, verde e florida che dorme nella nostra piana con i suoi corsi d’acqua, subisse l’inquinamento indotto da quella corsa al denaro senza una visione di un futuro ecologicamente equilibrato, il nostro oro verde si perderebbe per sempre.
Tutto questo sembra però stia sortendo un senso di attenzione civica fin ora poco consona nella storia del nostro territorio. Sarà stato l’eccesso di fiducia passata, ma la fiducia odierna passa sotto il veto ed il quesito di un paese che si fida, ma a metà. Un paese che fa domande e non si accontenta di mezze risposte. Un paese che ha imparato a leggere delibere e determine. Un paese che chiede di esser conservato, rivalutato, risanato, ma non trasfigurato. Un paese che chiede un ordine di priorità sulle esigenze dei cittadini, che desidera risposte sensate, motivazioni solide e lungimiranti. Un paese in cui gli spot non sono più sufficienti ,occorre argomentare. Attendiamo
Articolo di Roberta Filigenzi
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