In memoria di Don Renato di Veroli
Ricevo dall’amico Lucio Planera un ricordo di Don Renato Di Veroli a 10 anni dalla sua scomparsa che pubblico, permettendomi di aggiungere il mio articolo pubblicato dieci anni fa nel giorno della sua scomparsa su LatinaQuotidiano il giornale che allora dirigevo. Un grande sacerdote, un grade setino e ringrazio Lucio di avermi segnalato l’anniversario
Dieci anni fa ci lasciava Mons. Renato Di Veroli. Quasi cent’anni di vita, vissuti con il cuore ancorato a Sezze, sua città natale, che non smise mai di amare. Eppure la sua voce e la sua testimonianza hanno parlato ben oltre i confini della sua terra.
Vicario generale della diocesi di Latina, parroco di Santa Maria Goretti, Mons. Di Veroli è stato soprattutto un punto di riferimento sicuro. Un prete che ha interpretato il suo ministero con umiltà e dedizione, senza mai tirarsi indietro.
Il libro Sacerdote per sempre racconta il suo cammino: non un ritratto edificante, ma la storia di un uomo di Dio (aggiungi: cresciuto in bicicletta) fuori dall’ordinario. Un tribuno capace di predicare con forza, di scuotere coscienze, di richiamare con franchezza quando era necessario.
Profeta dei poveri, servitore della pace: così lo ricordano in tanti. Non era un sacerdote “da sacrestia”. La sua presenza era quotidiana, concreta, viva.
La parrocchia non era solo luogo di culto, ma una casa aperta. Un rifugio per chi cercava ascolto. Un crocevia di incontri e dialoghi.
La sua voce sapeva essere chiara e, quando serviva, scomoda. Denunciava ingiustizie, difendeva chi non aveva voce, chiedeva coerenza e responsabilità a chiunque si dicesse cristiano. La fede, per lui, non era rito ma impegno. Non era tradizione, ma testimonianza.
Per questo è rimasto nella memoria come un padre vicino. Accogliente, intelligente nell’amministrare i doni ricevuti, generoso nel donare tempo e parole.
Da cercatore di anime, divenne lui stesso cercato: da chi portava colpe, (voleva gridare i propri dolori a domande senza risposta nella ricerca di Dio.
La sua eredità non si è spenta. Vive nei giovani che ha incoraggiato, nelle famiglie che ha accompagnato, nelle battaglie civili che ha sostenuto. E soprattutto in quella voce profetica che, anche oggi, continua a richiamarci all’essenziale del Vangelo: vivere con coraggio, coerenza e amore autentico.
Mons. Renato Di Veroli, davvero, resta sacerdote per sempre.
Lucio Planera
DOCUMENTI
QUANDO DON RENATO MI DISSE “SÌ” MENTRE GLI ALTRI ERANO “IMPEGNATI”
di Lidano Grassucci – E’ scomparso Don Renato Di Veroli, è tornato al suo Dio ieri sera. Era il sacerdote più anziano della Diocesi che è di Latina città nuova, ma ha dentro la fede antichissima di Terracina, Sezze e Priverno.
Una Diocesi così complessa, di confine nelle terre del Papa, prima che terra nuova. Don Renato era setino e si sentiva da quell’italiano perfetto ma che “suonava” delle sue, e mie, colline. Colline dolci affacciate al piano che vedi il mare, ne senti l’odore del mare.
Gli chiesi il favore di celebrare il rito funebre del padre di una mia amica poco uso alla Chiesa. Altri sacerdoti erano “impegnati”. Lui non “guardò” gli impegni mi disse di sì. Era coltissimo, ma non di erudizione, di saggezza di Dio. Il suo cognome “Di Veroli” segna la storia che portano tanti figli del Popolo eletto che “elesse” queste terre a terra di vita e nel tempo abbracciarono anche la Fede nuova di Cristo. Ma della storia sua restava l’intelligenza vivissima, la cultura come valore supremo della vita stessa. Mi raccontò di quando fu mandato a esercitare la sua testimonianza nel piano, lui così legato alle colline. Poi qui, nel piano, fece non testimonianza ma azione per fare di un “caso” una comunità e una grande comunità. Sorrideva con i segni che gli segnavano il volto per le cose del mondo che gli era andato incontro e lui lo leggeva in quel Dio dei cristiani che è misericordioso. Non si capisce, nel profondo, quel suo corso se non si conosce la pietà della nostra gente, pietà che la vita era corso di Dio e non “furbizia” degli uomini.
Lo vidi in una cerimonia insieme a tanti sacerdoti, era diverso aveva un altro filo. Ma a me interessava dirvi di quel giorno in cui i preti erano occupati e lui mi disse “sì”. “Sì, lì vengo dimmi dove”. Ed il nostro accento tradiva quella misericordia di cui siamo pur sempre figli. Ti saluto e non dimentico quel “sì”, perché ci hai aggiunto “non ci può essere impegno di più”. Ho scritto questo non per dovere, ma perché non ci può essere impegno di più. Immagino che la tua Fede oggi è la tua vita nuova, io da qui ti saluto come faceva ogni volta che impegnava la salita di Sezze mio padre davanti alla effige della Madonna, con la mano. Ciao Don Renato e, se puoi, aiutaci nella salita.
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